TWiki> CaffeScienza Web>PaginaPrincipale>Brevetti (20 Oct 2006, MassimilianoSavi? )EditAttach

A chi e a cosa servono i brevetti?

Intervento di Andrea Capocci

L'impatto della proprietà intellettuale sulla ricerca scientifica

di Andrea Capocci (Gruppo Laser e Università La Sapienza, Roma)

Non c'è programma politico sulla ricerca scientifica, in Italia e all'estero, che non menzioni la proprietà intellettuale. La valorizzazione delle invenzioni atttraverso brevetti e copyright sembra un imperativo per ogni lavoratore della conoscenza, dalla produzione artistica a quella scientifica. Negli anni recenti, per la verità, il dibattito sulla proprietà intellettuale ha riguardato soprattutto l'accessibilità sociale delle invenzioni brevettate e dei contenuti coperti dal diritto d'autore. Infatti, la proprietà intellettuale talvolta impedisce che tutta la società benefici di un'innovazione scientifica o tecnologica: i farmaci, ad esempio, sono spesso distribuiti a prezzi così elevati da porli fuori della portata dei potenziali destinatari, i pazienti delle regioni del mondo più povere e colpite dalle malattie. E il diritto d'autore, che disciplina la riproduzione di testi, file e creazioni artistiche, diminuisce la circolazione dell'informazione e della cultura, compromettendo l'accesso all'informazione e all'istruzione garantito dalle Costituzioni di tutti i Paesi sviluppati.

Tuttavia, i limiti posti alla diffusione delle scoperte sono per lo più considerati "mali necessari" sopportabili in quanto la proprietà intellettuale costituirebbe un indispensabile stimolo economico all'investimeno in attività di ricerca: il brevetto assicura al suo detentore un monopolio ventennale sull'uso dell'invenzione o gli permette di commerciarla a prezzi di mercato. Senza, si dice, tutti aspetterebbero le invenzioni altrui per poi copiarle a costo zero.

Per quanto appaia assennato, scarse prove empiriche confermano questo ragionamento. Dati alla mano, il rafforzamento della proprietà intellettuale che dagli anni Ottanta ha investito il diritto a livello internazionale e sovranazionale, ha rappresentato un ostacolo piuttosto che un incentivo. Soprattutto gli Stati Uniti e il Giappone, i due macrosistemi che più hanno fondato il proprio sviluppo sull'innovazione tecnologica, sono stati esaminati a fondo dagli studiosi del progresso. In entrambi i paesi, la legislazione sulla proprietà intellettuale è stata riformata in senso privatistico all'inizio degli anni Ottanta, ma gli investimenti in ricerca e sviluppo non sono aumentati di conseguenza, anzi: proprio in quegli anni, in Giappone sono diminuiti e negli USA la curva ascendente era iniziata dieci anni prima [Sakakibara & Branstetter 2001, Jaffe 2000]. Nelle industrie ad alto tasso tecnologico, d'altronde, il monopolio brevettuale costituisce un'innegabile distorsione del mercato dell'innovazione, la cui efficienza non sfugge alla regola aurea della libera concorrenza: le restrizioni al flusso di informazione nella comunità scientifica e i costi necessari alla difesa legale dei brevetti distolgono gli investimenti dalla ricerca e dall'innovazione, riducendoli a circa il 10% del totale. Secondo alcuni economisti, a causa di tali distorsioni la produttività scientifica della ricerca svolta dal settore privato non è affatto migliore di quella realizzata in enti di ricerca e università pubbliche a costi inferiori e senza proprietà intellettuale. I ricercatori che svolgono ricerche potenzialmente brevettabili, infatti, spesso ritardano la divulgazione del proprio lavoro per timore di favorire eventuali rivali fornendo informazioni preziose, rallentando il dibattito scientifico che invece ha bisogno di condividere e riprodurre liberamente le invenzioni di ciascuno, per confermarne la validità o migliorarle [Baker & Chatani 2002].

La legislazione sulla proprietà intellettuale, tuttavia, ha tradizionalmente tutelato la ricerca senza scopo di lucro (sostanzialmente, quella pubblica e di base) in base alla fair use exemption, per cui al di fuori del circuito commerciale le invenzioni possono essere utilizzate senza limiti e autorizzazioni da parte dei loro inventori. L'appropriazione delle conoscenze attraverso il brevetto si inserisce però in un processo più ampio di liberalizzazione del mercato della formazione e della ricerca. Le riforme nazionali e internazionali degli istituti formativi, dalla scuola alle università, stanno progressivamente assottigliando la differenza tra ricerca pubblica e privata. Negli Stati Uniti, i principali centri di ricerca universitari sono imprese strettamente collegate ai distretti industriali limitrofi; e anche in Italia l'autonomia universitaria è stata interpretata come "concorrenza" sul "mercato della formazione": oggi il dibattito sulla governance degli atenei verte per lo più sul ruolo emergente dei Consigli d'Amministrazione, in cui siedono i finanziatori dell'accademia, rispetto ai Senati Accademici. Può capitare, dunque, che persino la tradizionale funzione didattica possa essere interpretata come una attività imprenditoriale da una corte, per negare ad un'università la libertà di utilizzo di un'invenzione brevettata (è successo alla Duke University, nel 2002, in una sentenza che ha destato molto scalpore [Malakoff 2003]).

Episodi come questo mostrano che non si può separare il dibattito sulla proprietà intellettuale da quello sulla funzione sociale della ricerca e dell'università pubblica. Un forte investimento sulla ricerca pubblica dovrebbe cioè riguardare anche la diffusione delle conoscenze che essa produce, ma dai governi giunge una scarsa sensibilità sul tema. Nell'informatica, d'altro canto, l'alternativa al copyright si è sviluppata su impulso individuale o di piccole comunità lontane dalle istituzioni, fino a dare vita al fenomeno del free software, ormai affermato anche su scala macroeconomica. Forse, anche nell'ambito brevettuale saranno iniziative singolari o di nicchia a suggerire ai decision makers una strategia diversa, grazie a cui l'intera società possa beneficiare di conoscenze e innovazioni.

Bibliografia

[Sakakibara & Branstetter 2001] M. Sakakibara and L. Branstetter, "Do Stronger Patents Induce More Innovation? Evidence from the 1988 Japanese Patent Law Reforms." Rand Journal of Economics 32, 77 (2001).

[Jaffe 2000] Jaffe, A. (2000). "The U.S. Patent System in Transition: Policy Innovation and the Innovation Process." Research Policy 29:531-557.

[Baker & Chatani 2002] D. Baker and N. Chatani, "Promoting good ideas on drugs: Are patents the best way? The relative efficiency of patent and public support for bio-medical research" Briefing paper, Center for Economic and Policy Research, 2002.

[Malakoff 2003] D. Malakoff (2003), "Universities Ask Supreme Court to Reverse Patent Ruling" Science, 299:26-27.

Intervento di Massimiliano Savi

Note Introduttive sul Brevetto per invenzione

di Massimiliano Savi (Studio di consulenza brevetti e marchi Notarbartolo & Gervasi)

Premessa

L’innovazione è un motore indispensabile per lo sviluppo della società ma comporta oneri e costi che vengono sostenuti dagli inventori e dalle imprese. Se l’invenzione cadesse subito in pubblico dominio, l’inventore non potrebbe beneficiare di alcun vantaggio conseguente al proprio investimento e si perderebbe ogni incentivo all’innovazione.

La protezione della proprietà intellettuale è garantita da un sistema di leggi e norme volte a tutelare la paternità ed i diritti sulle creazioni dell’intelletto umano attraverso l’istituzione di forme di protezione diverse tra cui il brevetto per invenzione industriale.

Cenni storici

L’archetipo del “brevetto” può essere individuato nel “privilegio sovrano” che veniva concesso caso per caso e con carattere di esclusività ad alcune persone meritevoli di una speciale considerazione da parte, appunto, del sovrano, con lo scopo di produrre, commercializzare ed utilizzare oggetti prodotti con tecniche di nuova concezione; anche i procedimenti di fabbricazione potevano essere protetti dal privilegio

Un famoso privilegio di cui si ha notizia è il privilegio, della durata di 3 anni, conferito il 19 Giugno 1421 a Filippo Brunelleschi dalle autorità della città di Firenze per costruire ed utilizzare una chiatta con paranco adatta al sollevamento ed al trasporto del marmo sulle acque.

La prima autentica legge brevettuale “erga omnes” venne però promulgata nella Serenissima Repubblica di Venezia. Nel 1474, infatti, il Senato della Repubblica di Venezia approva un dispositivo di legge che reca chiaramente in sé l’embrione delle moderne istituzioni brevettuali: i concetti di novità, di livello inventivo, di industrialità, di registrazione, di uso esclusivo dell’invenzione, di limitazione nel tempo, di citazione in giudizio del contraffattore, di penalità da infliggere al contraffattore, di diritto dello Stato di servirsi dell’invenzione.

Circa un secolo e mezzo dopo, lo “Statuto dei Monopoli” inglese del 1623 arrivò a regolamentare la concessione reale di monopoli riservati a nuove invenzioni ed è, ad oggi, ufficialmente considerato la prima tappa mondiale della istituzione del diritto industriale.

Cos’è il Brevetto

Il brevetto è lo strumento giuridico con il quale viene conferito, a chi ha realizzato un'invenzione, il monopolio temporaneo di sfruttamento dell'invenzione stessa, che consiste nel diritto di escludere i terzi dall'attuarla e trarne profitto nel territorio dello Stato concedente, entro i limiti e alle condizioni previste dalla legge.

La tutela fornita dal brevetto consente, inoltre, di vietare a terzi di produrre, usare, commercializzare, vendere e/o importare il prodotto a cui si riferisce l'invenzione.

La protezione conferita dal brevetto ha una durata di 20 anni dalla data del deposito della relativa domanda.

Brevettare comporta, tra le altre cose: - rendere di pubblico dominio il contenuto di un'invenzione e conferirne all'inventore il diritto di sfruttamento in regime di esclusiva per un periodo determinato, di solito pari a venti anni decorrenti dalla data del deposito.

- promuovere e potenziare l'interazione con l'industria, in termini di contatti, di interazione sinergica, di sviluppo;

- porre le basi per la produzione di reddito addizionale, quale derivante dall'attività di trasferimento tecnologico dei prodotti/processi brevettati.

Cosa si può e cosa non si può brevettare

Un’invenzione, per essere brevettata deve essere: Nuova, Inventiva, Realizzabile Industrialmente.

Non si possono brevettare: Le scoperte, le teorie scientifiche ed i metodi matematici. I piani, i principi ed i metodi per attività intellettuali, per gioco o per attività commerciali ed i programmi per elaboratori, in quanto tali. Le presentazioni di informazioni. I metodi per il trattamento terapeutico o chirurgico del corpo umano o animale ed i metodi diagnostici applicati al corpo umano o animale. Le razze animali ed i procedimenti biologici per l’ottenimento delle stesse.

Alcuni dati statistici

Domande di brevetto depositate ogni anno presso l’ufficio brevetti giapponese: circa 400.000 di cui solo il 3% vengono estese fuori dai confini giapponesi.

Domande di brevetto depositate ogni anno presso l’ufficio brevetti statunitense: circa 300.000.

Domande di brevetto depositate ogni anno presso l’ufficio brevetti europeo: circa 200.000.

-- MassimilianoSavi? - 19 Oct 2006

 

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-- PaoloPoliti? - 22 Jun 2006

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pdfpdf US6754472B1.pdf manage 1060.0 K 20 Oct 2006 - 09:43 UnknownUser Allego copia del brevetto, concesso dall'Ufficio Brevetti USA a Microsoft il 22/06/2004 e intitolato "Method and apparatus for transmitting power and data using the human body", che ha suscitato molto interesse durante il dibattito di ieri.
Topic revision: r6 - 20 Oct 2006 - 09:43:53 - MassimilianoSavi?

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